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La felicità è un bene globale

La felicità è un bene globale

Dani Rodrik, Il Sole24ore

Forse ci vorrà qualche mese o forse un paio d'anni, ma in un modo o nell'altro gli Stati Uniti e le altre economie avanzate alla fine supereranno la crisi odierna. Probabilmente, però, l'economia mondiale non tornerà più come prima.

Passata la fase peggiore della crisi, è probabile che ci ritroveremo in un mondo per certi versi deglobalizzato, un mondo dove gli scambi internazionali crescono a un ritmo più lento, dove c'è meno finanza esterna e dove i paesi ricchi saranno molto meno disposti a tenere in piedi deficit consistenti nella bilancia dei pagamenti. Si preparano tempi duri per i paesi emergenti?

Non necessariamente. La crescita nei paesi in via di sviluppo di solito assume tre varianti distinte. Prima arriva la crescita trainata dal debito estero. Poi arriva la crescita come effetto collaterale di un boom delle materie prime. Poi arriva la crescita trainata dalla ristrutturazione economica e dalla diversificazione in nuovi prodotti.

I primi due modelli comportano rischi maggiori del terzo. Ma non c'è da perderci il sonno, perché sono modelli imperfetti e in definitiva insostenibili. Quello di cui ci dovremmo preoccupare è la sorte dei paesi dell'ultimo gruppo. Queste nazioni dovranno procedere a modifiche significative delle loro politiche per adeguarsi alle nuove realtà odierne.

I primi due modelli di crescita conducono invariabilmente a un finale infausto. Prendere in prestito soldi da Paesi esteri può consentire a consumatori e Governi di vivere al di sopra dei loro mezzi per un po' di tempo, ma non è saggio fare affidamento sui capitali esteri. Il problema non è soltanto che questi flussi di capitale possono facilmente invertire rotta, ma anche che producono un tipo di crescita sbagliato, basato su monete sopravvalutate e investimenti in beni e servizi non scambiati, come l'immobiliare e l'edilizia.

Anche la crescita trainata da un prezzo alto delle materie prime può portare a disastri, per ragioni analoghe. I prezzi delle materie prime tendenzialmente hanno un andamento ciclico. Quando sono alti, si prestano a escludere gli investimenti in prodotti lavorati e altri beni scambiabili non tradizionali. Inoltre, i boom delle materie prime spesso producono situazioni politiche sgradevoli in Paesi dotati di istituzioni deboli, dando origine a conflitti costosi per il controllo dei proventi di queste risorse, che raramente vengono investiti con saggezza.

E dunque non c'è da stupirsi che i paesi che negli ultimi sessant'anni sono riusciti a realizzare una crescita costante e di lungo periodo siano quelli che si sono affidati a una strategia diversa: promuovere la diversificazione in prodotti lavorati e altri beni "moderni". Conquistandosi una fetta crescente dei mercati mondiali di prodotti lavorati e altri prodotti non primari, queste nazioni hanno incrementato le opportunità occupazionali interne in attività ad alta produttività. I loro governi non si sono concentrati unicamente sui "fondamentali" (ad esempio la stabilità macroeconomica e la tendenza ad aprirsi all'esterno), ma anche su quelle che potremmo definire politiche "produttiviste": monete sottovalutate, politiche industriali e controlli finanziari.

La Cina esemplifica questo approccio. La sua crescita è stata alimentata da una trasformazione strutturale straordinariamente rapida verso un insieme di beni industriali sempre più sofisticato. Negli ultimi anni, inoltre, la Cina ha sviluppato un grosso surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti, il corrispettivo della sua moneta sottovalutata.

Ma non è stata solo la Cina. I Paesi che sono cresciuti rapidamente nel periodo precedente al grande crack del 2008 di solito erano caratterizzati da surplus commerciali (o da deficit molto contenuti). Questi Paesi non avevano nessuna voglia di accogliere flussi di capitale perché erano consapevoli che una cosa del genere avrebbe messo seriamente a rischio l'esigenza di mantenere una valuta competitiva.

Ora tutti sono del parere che i grandi squilibri nella bilancia dei pagamenti - esemplificati dalla relazione commerciale tra Cina e Stati Uniti - hanno giocato un ruolo importante nel grande crack. Per il bene della stabilità macroeconomica simili squilibri sono da evitare in futuro. Ma perché la crescita torni a viaggiare a ritmi sostenuti nei paesi in via di sviluppo è necessario che questi ultimi riprendano a concentrarsi su beni e servizi scambiabili. In passato questa situazione era agevolata dalla disponibilità degli Stati Uniti e di altre nazioni sviluppate a tenere in piedi ingenti deficit commerciali, ma ora non è più una strategia praticabile per i Paesi in via di sviluppo ad alto o medio reddito.

La stabilità macroeconomica globale e la crescita dei Paesi in via di sviluppo dunque sono due obbiettivi in contraddizione tra loro? L'esigenza dei Paesi emergenti di generare importanti incrementi dell'offerta di prodotti industriali è inevitabilmente in contrasto con il fatto che gli squilibri commerciali sono insostenibili per l'economia mondiale?

In realtà non esiste nessun conflitto intrinseco, una volta messo in chiaro che ciò che conta per la crescita dei Paesi in via di sviluppo non sono le dimensioni dei loro surplus commerciali, e nemmeno il volume delle loro esportazioni. Quello che conta è la produzione di beni (e servizi) industriali moderni, che è possibile espandere illimitatamente se contemporaneamente si espande la domanda interna. Mantenere sottovalutata la propria moneta ha il vantaggio di sovvenzionare la produzione di questi beni, ma anche lo svantaggio di tassare i consumi interni, ed è per questo che una simile politica dà origine a un surplus commerciale. Incoraggiando direttamente la produzione industriale è possibile godere dei vantaggi senza subirne gli svantaggi.

Ci sono molti modi per fare una cosa del genere, come ad esempio ridurre il costo dei fattori produttivi interni e dei servizi mediante investimenti mirati nelle infrastrutture. Le politiche industriali esplicite possono essere uno strumento ancora più efficace. Il punto chiave è che i Paesi in via di sviluppo che puntano a rendere più competitivi i loro settori moderni possono permettersi di far apprezzare le loro valute (in termini reali) solo se hanno la possibilità di mettere in campo politiche alternative che promuovano in modo più diretto le attività industriali.

Dunque la buona notizia è che i Paesi in via di sviluppo possono continuare a crescere rapidamente anche se gli scambi mondiali rallentano e se c'è meno fame di flussi di capitale e squilibri commerciali. Le loro potenzialità di crescita non vengono seriamente penalizzate, a patto che siano ben chiare le implicazioni di questo nuovo contesto rispetto alle politiche interne e internazionali.

Una di queste implicazioni è che i Paesi in via di sviluppo dovranno sostituire le politiche industriali che fanno leva sul tasso di cambio con politiche industriali vere. Un'altra è che gli attori esterni (ad esempio l'Organizzazione mondiale del commercio) dovranno essere più tolleranti nei confronti di queste politiche, a patto di neutralizzarne gli effetti sulla bilancia dei pagamenti attraverso adeguati aggiustamenti del tasso di cambio. Un maggior ricorso alle politiche industriali è il prezzo da pagare per una riduzione degli squilibri macroeconomici.
L'autore insegna Economia politica ad Harvard


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