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Le troppe parole che sprechiamo tutti i giorni, comprese quelle per aggredire e insultare

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C’è uno spreco di cui si parla poco, molto poco: mi riferisco a quello delle parole, specie se si tratta di insulti. Da qualche mese gli italiani hanno scoperto, grazie a un’indagine del Censis, quanto e come siamo diventati più aggressivi, più maleducati, più indifferenti rispetto agli altri. Otto cittadini su dieci ricorrono alle ingiurie per difendersi, in un’abbondanza di parole declinate sotto la forma dell’insulto rabbioso e rancoroso. E purtroppo questo atteggiamento rischia di amplificarsi in un anno, come il 2012, nel quale la tensione e la paura che derivano dal clima generale del Paese (recessione e rischio crack compresi) sembrano destinate ad aumentare. Ma lo spreco delle parole, sempre a proposito di cattiva educazione, è anche quello che pratichiamo quando urliamo con il cellulare in un vagone del treno, incuranti del povero vicino di posto che magari ha voglia di schiacciare un pisolino, oppure nel momento in cui ci concediamo un’aggressione verbale con un interlocutore che ha l’unica colpa di pensarla in modo diverso dal nostro. Esattamente come si vede da anni in quei programmi televisivi ispirati alla rissa delle parole sprecate, e non fa molta differenza se si tratta di un talk su argomenti di attualità o di un reality con coppie che scoppiano, genitori, figli e nipoti che urlano, piangono e si minacciano a vicenda fino all’abbraccio finale con tanti applausi.

I media fanno il loro mestiere, e non bisogna essere apocalittici a scoppio ritardato per riconoscere che il linguaggio televisivo è entrato nelle fibre del nostro lessico di famiglie e di comunità con effetti a catena. Siamo stati trasformati, perfino nel lessico, da questo abuso delle parole, spesso sgrammaticate. E va ancora peggio nella lavatrice di Internet, dove frequentemente ci si sfoga, con suprema violenza e coperti dall’anonimato. Sempre e comunque sprecando le parole, e depotenziandone il significato. Non esiste, purtroppo, una precisa terapia a questa forma di “crisi antropologica” (la definizione è ancora del Censis) degli italiani, ma certamente il ritorno alle buone maniere, alle elementari regole della buona educazione, sarebbero già degli ottimi antidoti contro questa forma di declino di un popolo. Gesti semplici: dire “grazie”, per esempio, senza parsimonia, e ricordarsi che tacere non è sempre un atto di debolezza o, peggio, il segno di una sconfitta. Tacere, in alcuni casi, è utile e necessario, e aiuta a riscoprire il valore delle parole sprecate. Infine, a proposito di parole ricordo quelle che mi ha detto un monaco benedettino: «Tutti abbiamo bisogno del silenzio per scoprire l’altro, umano o divino che sia». E forse anche per l’indifferenza, che abbiamo coltivato come una pianta avvelenata nei nostri stili di vita, parliamo troppo e male.