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Le occasioni sprecate con la fine del ciclo del berlusconismo

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Un ventennio é un ciclo, e quello di Silvio Berlusconi e del berlusconismo, due cose che non esistono senza l’altra, é stato senz’altro uno dei più contrastati e tormentanti della nostra storia nazionale, dall’inizio alla fine. Già, l’inizio. Se vogliamo metterci con il calendario delle competizioni elettorali alla mano, l’avventura in politica del Cavaliere parte con le elezioni del 27 marzo 1994, quelle con le quali uno spregiudicato e geniale tycoon della tv commerciale si trasforma in un leader di partito e di governo vincendo, dal versante del centrodestra, una competizione che il centrosinistra, con la "gioiosa macchina da guerra" costruita a tavolino da Achille Occhetto, sentiva di avere in tasca. In realtà Berlusconi aveva già fatto, negli anni precedenti al 1994 e mentre la Prima Repubblica crollava, alcuni passi pesanti nel perimetro della politica azzerata dalle inchieste a raffica della magistratura e dagli scandali di Tangentopoli: aveva, per esempio, offerto i suoi mezzi (soldi e televisioni) per salvare il vecchio sistema attraverso facce pulite della Dc in implosione, come Mario Segni o Mario Martinazzoli, e aveva detto, parlando in un supermercato, che il suo favore di imprenditore-king maker, tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini in lotta per la conquista del Campidoglio, sarebbe andato al secondo. Con il successo del 1994 Berlusconi spiazza tutti. Innanzitutto i suoi più stretti collaboratori del giro Fininvest che, con l’eccezione di Marcello Dell’Utri, gli sconsigliavano la discesa in campo ed erano scettici sull’idea della nascita di un nuovo partito, Forza Italia. Spiazza gli avversari, disintegrandoli in campagna elettorale. E spiazza un’opinione pubblica abituata ai riti, al linguaggio e alla sostanza (anche ideologica) della Prima Repubblica, quella dei partiti nati e cresciuti nel secondo Novecento. La forza seduttiva del leader é evidente ed é un errore, uno dei tanti commessi finora nella lettura critica del berlusconismo, ridurla all’uso gigantesco dei soldi e della seduzione televisiva: il Cavaliere sfonda nell’elettorato moderato, orfano della Dc e dei suoi alleati, anche per un linguaggio moderno, aggressivo, empatico, di stile americano. Compie un capolavoro politico, altro che dilettante allo sbaraglio, costruendo un’allenza triangolare tra Forza Italia, Lega (cioé Nord), schegge di democristiani salvati dal naufragio e Msi sdoganato ( e qui siamo al Sud), gettando le basi del bipolarismo all’italiana, sgangherato e imperfetto ma comunque in linea con le democrazie occidentali più evolute. Vince con gli strumenti dell’antipolitica, dal populismo senza dittatura al mito dell’uomo fai-da-te che trasferisce il suo successo e il suo carisma dagli affari al Parlamento, una battaglia politica, dando agli italiani una forte e nuova rappresentanza dell’area moderata, e spingendo il Paese sotto il controllo di un uomo che i partiti li aveva frequentati solo per chiedere protezione per il suo crescente impero mediatico e finanziario. Parla, dal giorno del videomessaggio in cui annuncia la discesa in campo, come il Salvatore della Patria, l’Uomo della Provvidenza, l’Ultimo Custode della democrazia, del mercato e della libera concorrenza. E squaderna un coraggio un’attitudine al rischio rispetto a un ceto politico ormai abituato a sopravvivere attraverso rendite di posizione e piccoli giochi di Palazzo. Così Berlusconi conquista gli italiani ("se ha fatto bene come imprenditore riuscirà anche come politico…"), li seduce e li incanta. Le barzellette, le canzoni con il maestro Apicella, l’ironia brianzola, le gaffes internazionali, gli annunci dal predellino, l’ossessione per il Bunga Bunga, lo stile di vita privata fuori misura, la sovrapposizione tra palazzo Chigi e le sue residenzae private, la bandana in testa e il capuccio da zar mentre scherza al freddo in compagnia dell’amico Putin: tutto questo, cioé la narrazione estetica, etica e lessicale di un ciclo politico, é parte integrante di un leader politico che va misurato e studiato nella sua autentica unicità, in una sorta di prendere o lasciare "tutto compreso".
Con la vittoria del 1994 arrivano due costanti del ciclo berlusconiano: le deludenti performance al governo e la valanga giudiziaria sempre dietro l’angolo combinata con il vizio d’origine della discesa in campo, cioé il conflitto di interessi. La prima esperienza a palazzo Chigi é disastrosa, anche per un governo imbottito di avvocati e di amici degli amici e per un’ostilità decisa e sistematica dei poteri forti ancora in pista in Italia. Berlusconi, leader di un antipolitica diventata politica, si avvita sul suo personaggio, promette una rivoluzione liberale che non farà mai e mostra allo stesso tempo il volto dei peggiori vizi democristiani (troppe bugie e troppi sì a tuttti) senza le qualità, a partire dalla mitezza, della classe dirigente democristiana. Frana in pochi mesi e si ritrova, elezioni del 1996, sconfitto dall’unico uomo politico che poteva eliminarlo molto prima di oggi: Romano Prodi. L’ex presidente dell’Iri é un professionista a tutto tondo, solido e con lunghe reti internazionali, cattolico servito e riverito da una sinistra a caccia di leader presentabili per sfondare nell’Italia moderata. E non é un caso se i 7 anni del ciclo del berlusconismo duranti i quali il Cavaliere ha fatto il capo dell’opposizione, si sono consumati innanzitutto nel tentativo di Prodi di sconfiggere l’eterno e titanico avversario. Partita persa dal Professore, anche perché i suoi gerarchi che lo hanno messo in pista, prima nel 1996 e poi nel 2001, hanno sempre pensato il giorno dopo a come sbranarlo. Con il risultato che il (quasi) ventennio del berlusconismo é andato avanti con lui, Silvio Berlusconi, nel ruolo di alfa ed omega  della politica nazionale. La seconda esperienza del Cavaliere a palazzo Chigi, la nomina risale all’11 giugno 2001, dura fino alla fine della legislatura, un record storico, ma anche in questo caso i risultati sono molto al di sotto delle aspettative e del consenso popolare di cui Berlusconi gode nella pancia e nella testa degli italiani. In questo secondo giro di valzer da capo del governo quello che non funziona, in modo particolare, é il meccanismo del potere politico che Berlusconi ha ormai consolidato. La sua architettura. L’alleanza perde pezzi, a parte una blindatura del patto con la Lega dopo la rottura che portò alla fine del primo governo Berlusconi, innanzitutto perché, e questa é una legge della politica, manca il sostegno di un grande e democratico partito, con regole e meccanismi chiari di funzionamento. Ma il Cavaliere, in realtà, non lo vuole, anche se ne ha montati e smontati diversi durante il suo ventennio (da Forza Italia al Popolo della Libertà), e non lo vuole perché non appartiene alla sua natura di tycoon prestato alla politica, non fa parte del suo dizionario di uomo pubblico. In qualche modo lo spaventa perché se ci fosse stato, durante il berlusconismo, un vero partito politico guidato da Silvio Berlusconi, non sarebbe stata esclusa la possibilità di un leader diverso dal Grande Capo. E magari la classe dirigente, che pure Berlusconi ha creato durante il suo ciclo, sarebbe stata meno sfarinata, inconsistente, improvvida, di quello che abbiamo visto in questi anni: dunque, sarebbe stata più pericolosa rispetto al  vizietto di Silvio, quello del comando assoluto. Prendiamo il caso di Gianfranco Fini, il cofondatore del Popolo della Libertà: tutta la classe dirigente post-missina, sdoganata da Berlusconi e dalla sua energia, é stata deludente nei comportamenti e nei risultati. Si é vista molto, specie nei teatrini televisivi, e male, innanzitutto al governo. Ma il  leader di questo pezzo del ciclo berlusconiano, appunto Fini, può certamente mettere sul tavolo delle attenuanti del suo fallimento politico il fatto che un partito, o anche solo un’alleanza, con regole e meccanismi simili a tutti i partiti moderati europei e occidentali, in Italia, durante il ventennio del Cavaliere, non si é mai visto. Semplicemnte perché non é stato fatto, caroselli e convention varie a parte.
Le cambiali in politica, prima o poi, arrivano sempre a scadenza. E così l’assenza del baricentro (un vero partito del centrodestra italiano) e la sindrome dell’uomo solo al comando, che risolve sempre tutto  per tutti, con il combinato disposto di un generale peggioramento del tasso etico nella politica con la sua vertiginosa perdita di credibilità, hanno accompagnato anche la terza e ultima avventura di Berlusconi come capo del governo, quella iniziata dopo le elezioni del 2008. Doveva essere la stagione della modernizzazione italiana, della tasse che si abbassano e del Paese che si alza liberando enregie, opportunità, crescita. E’ invece é stata l’ultima parentesi di una parabola scritta, visti i fattori in campo, e consumata nel modo peggiore, specie nell’ultima parte, quando gli scandali, e non solo quello del caso Ruby, si sono moltiplicati mostrando a un Paese depresso per la lunga crisi da affrontare un tasso di improntitudine nei comportamenti e nell’uso dei privilegi di un’intera maggioranza, salvo ovvie e nobili eccezioni.  
Adesso siamo all’ora x che segna, sempre calendario alla mano, la fine del ciclo. Ciò di fatto comporta, i latini dicevano giustamente che gli uomini sono conseguenza delle cose, la fine della Seconda Repubblica. Già, la fine. Ma rispetto a questa parola ed a Silvio Berlusconi, la misurazione della fine del suo ciclo la potremo fare, in modo compiuto prima di affidare tutto il materiale agli storici, soltanto quando avremo capito che ruolo avrà il Cavaliere, ex premier, nei prossimi mesi e, non escludetelo, nei prossimi anni.  Insomma: se Berlusconi riuscirà, con le tante capacità mostrate in un ventennio, ad accompagnare il centrodestra italiano verso nuovi lidi, innanzitutto un partito vero e forte, il ciclo del berlusconismo avrà un definitivo finale di un certo tipo. Se, invece, il Cavaliere dovesse incartarsi nelle sue debolezze, anche fisiche e psicologiche, fino ad essere facile preda dei suoi nemici, allora il finale del berlusconismo sarà tutt’altro. Mi consenta, caro Cavaliere, ma il suo posto nella Storia lei se lo giocherà scegliendo e realizzando una di queste due ipotesi.