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La svolta verde dei filosofi francesi

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La proprieta’ si acquista e si conserva con la sporcizia. O meglio: la proprieta’ e’ cio’ che e’ sporco. Una considerazione che si dipana, come un filo rosso, lungo tutto l’ intenso libretto del filosofo francese Michel Serres intitolato Il mal sano (il Melangolo, pagg. 112, euro 10), un lavoro di genealogia culturale intorno al senso recondito del diritto di proprieta’, che conduce il lettore dalle antiche tribu’ latine al terribilmente contemporaneo e globalizzato inquinamento planetario. Un esercizio intellettuale tipico di Serres (professorea Stanforde accademico di Francia), al centro della sua epistemologia edificata sulla contaminazione e l’ incrocio di discipline, anziche’ sull’ egemonia di una sola scienza, che ne gli ultimi tempi si e’ sempre piu’ dedicata a riflettere sulla dimensione filosofica dell’ ambiente. Dunque, si contamina per possedere, evidenzia, con dovizia di testimonianze, lo studioso che si caratterizza, ancora una volta per la prosa sofisticata (a tratti enigmatica) e per il frequente ricorso al metalinguaggio (mediante cui mostra, per esempio, le assonanze tra “pulizia”/proprete’ e “proprieta’”/proprie’te’). Un’ attivita’ ancestrale, che sta al cuore dell’ umanita’, e che fonda, giustappunto, de facto, i diritti di proprieta’ attraverso secrezioni e deiezioni (urine, escrementi, sperma, sangue), le quali delimitano, etologicamente, il territorio e definiscono il possesso di un campo da coltivare come di una fattoriao di una donna da inseminare. Come pure il suo contrario, l’ esproprio, tentato o realizzato, perche’, come ci ricorda Serres, squat (da cui lo squatter, cioe’ l’ occupante) indica propriamente la posizione rannicchiata delle donne partorienti o che defecano. Insomma, insozzare coi propri liquidi e sostanze organiche significa diventare possessori di un oggetto (o di una persona).

Ed e’ cio’ che, mutatis mutandis, l’ umanita’, portatrice perenne di questo vizio d’ origine, fa inquinando il pianeta e mostrando cosi’, nuovamente, la sua insaziabile sete di dominio su cio’ che ci circonda. In questo senso, l’ inquinamento “duro” dei fumi, delle scorie e dei rifiuti equivale a quello “dolce” (e persino piu’ insidioso) della pubblicita’, versione postmoderna della solita volonta’ di affermazione smisurata dell’ ego. Ecco perche’ l’ inquinamento ambientale, da intendersi come espropriazione del mondo da parte nostra, rimanda poi alla desolante alienazione interiore che affligge l’ umanita’ contemporanea, che puo’ salvarsi unicamente capendo che siamo meri coinquilini del pianeta, insieme alle altre specie. Ci vuole, invoca l’ autore (che individua in Kant, da lui definito lo squatter di Knigsberg, uno degli avversari teorici), un’ autentica assunzione di responsabilita’ e la presa di coscienza del nostro essere puri locatari (e niente di piu’) dell’ “Hotel Umanita’”, come dev’ essere nell’ eta’ della Rete, che tutto collega, rendendo superflua ogni recinzione volta al possesso. Un sofisticato manifesto per un nuovo Contratto naturale, quello di Serres, che potremmo inscrivere all’ interno di una recente “svolta verde” della filosofia francese, da Jean-Luc Nancy a Bruno Latour, prodottasi, non a caso, nel Paese di Daniel Cohn-Bendit (l’ ex “Dany il Rosso”, divenuto piu’ di recente “il Verde”) e dell’ impressionante affermazione elettorale della sua lista “Europe cologie”, ma anche delle dichiarazioni ecologiste (sincere o strumentali che siano) del presidente Sarkozy. Una nazione compiutamente postmaterialista che oggi, sempre piu’, si pensa e si sente anche ambientalista.