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La produttività dell’agricoltura blu

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Agricoltura Blu è “solo uno slogan”, in verità si tratta di “un’agricoltura conservativa”. A precisarlo è Lorenzo Furlan, dirigente del settore ricerca agraria di Veneto Agricoltura, l’azienda agricola regionale che per prima ha operato nella direzione di una sperimentazione sul campo “che comprende un sistema di pratiche agronomiche finalizzate a contenere i processi di degradazione della struttura del terreno coltivato e ad aumentare la capacità di conservazione dell’acqua nel profilo del suolo”.

Il Veneto è la prima regione che è partita con un Piano per lo Sviluppo rurale – Psr – dedicato all’agricoltura “blu”. In poche parole si tratta di ottimizzare la resa cercando di produrre il massimo con il minimo sforzo. Si tratta di sperimentare tecniche innovative tese a tutelare la risorsa suolo e al contempo a ridurre le emissioni di gas clima-alteranti in atmosfera. “Ciò viene perseguito grazie alle presunte minori esigenze energetiche del sodo rispetto alle lavorazioni tradizionali e grazie alla capacità di questo tipo di pratiche di preservare le riserve di carbonio del suolo”, spiega ancora Furlan.

Ad esempio il mantenimento della qualità della risorsa idrica viene perseguito mediante l’ampliamento del periodo in cui i terreni sono interessati dall’attività radicale delle colture, le quali agiscono da filtro naturale dell’azoto presente nella soluzione circolante del terreno. I plus sono “più biodiversità, meno costi aziendali e maggiore rispetto per l’ambiente”. E i contro? “Una minore resa produttiva”, spiega il dirigente di Veneto Agricoltura. “Ma solo all’inizio”, garantisce.

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