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La plastica che uccide i pesci. Dalla forchetta al dentifricio passando per buste e tappi (Foto)

All’università di Siena hanno studiato lo stomaco di tonni e pesci spada del Mar Mediterraneo. E sono venute fuori delle palline bianche che di fatto li avvelenano. Sono minuscoli residui di plastica, che i pesci scambiano per plancton. Ecco il grido d'allarme del Word Economic Forum: nel 2050 a mare ci sarà più plastica che pesci

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INQUINAMENTO PESCI –

l vero killer dei pesci? La plastica. Anzi, la microplastica: quella che si nasconde, come l’assassino dietro l’angolo della strada, per esempio nelle forchette e nei bicchieri di plastica, nel dentifricio, e in tanti altri piccoli oggetti domestici. Secondo il Word Economic Forum, dove non sono abituati a fare i catastrofisti, senza interventi, entro il 2050 a mare ci sarà più plastica che pesci. E non potrebbe essere diversamente visto che attualmente ogni anno finiscono in mare otto milioni di tonnellate di plastica che si sminuzza (un capo in acrilico a mare perde fino a 700mila microfibre, e una forchetta di plastica nell’acqua salata dura mille anni) e viene mangiata dai pesci. Prima i più piccoli e poi i più grandi, in un’infernale catena di sprechi e di distruzione dell’ecosistema. A confermare questa tesi anche uno studio dell’università di Siena, finanziato dall’Onu e intitolato Plastic Busters, che è andato ad analizzare lo stomaco e l’intestino dei pesci dei nostri mari.

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TOSSICITA’ DEI PESCI –

Gli studiosi toscani, esaminando con attenzione i residui di tonni e pesci spada, hanno così scoperto che i loro organi vitali sono imbottiti di piccole palline. Minuscole, anche meno di cinque millimetri di diametro. Si tratta, in gran parte, di residui di materiali che provengono dai tubetti di creme «scrub» e dentifrici. Plastica che si somma a buste e tappi, e procede secondo questo percorso: prima nelle fogne o sulle spiagge e poi direttamente a mare.

PLASTICA NEI MARI –

Il problema più grave riguarda il fatto che i pesci ingoiano questi velenosi materiali semplicemente per un motivo: scambiano i residui di plastica per plancton, il loro cibo naturale. Non riescono a distinguere, e qui inizia il loro avvelenamento. «Purtroppo studiamo e vediamo pesci pieni di plastica, e questo dovrebbe farci tutti riflettere quando gettiamo questo tipo di oggetti al di fuori dei normali canali di smaltimento» commenta Cristina Fossi, una delle ricercatrici dell’università di Siena. E aggiunge: « Il Mare Mediterraneo va difeso, come vanno difese intere specie ittiche, ma questo non può essere l’obiettivo di un solo paese, e riguarda anche i nostri stili di vita».

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