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Etichette alimentari, senza la provenienza rischiamo di mangiare solo porcherie

La metà della mozzarella è fatta con latte in polvere o con la cagliata della Lituania. Dalla Cina arrivano 67 milioni di tonnellate di concentrato di pomodoro. E l’olio sembra made in Italy, con il trucco della grafica, ma è tunisino.

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INDICAZIONE PROVENIENZA PRODOTTI –

La notizia, detta nuda e cruda, ha fatto il giro del mondo: per la bresaola della Valtellina viene spesso utilizzata la carne dello zebù, il bovino brasiliano famoso per la sua gobba. E non è un caso isolato. Anche lo zampone di Modena, come il lardo di Colonnata e la mortadella di Bologna, non contengono soltanto carni, in questo caso suine,  di provenienza made in Italy, pur trattandosi di prodotti Igp (Indicazione geografica protetta),  il marchio di garanzia rilasciato dall’Unione europea.

IL CASO DELLA BRESAOLA DELLA VALTELLINA –

Ma, a parte lo choc per l’improvvisa conoscenza della zebù, le domande vere per i consumatori sono soltanto due: la qualità del prodotto è comunque garantita? E il prezzo è congruo? Sul primo punto bisogna dire che l’Italia importa, per la sua industria di trasformazione alimentare, il 40 per cento della carne suina e il 50 per cento di quella bovina. La materia prima ci manca, anche in un settore dove siamo imbottiti di eccellenze. Ma la carne che arriva dal Brasile, dall’Argentina, dall’Olanda e dalla Germania, pur costando meno di quella italiana, non è di peggiore qualità. Anzi, può essere anche superiore, e in ogni caso, per fare un esempio, la gobba dello zebù ha una tenerezza eccellente per fabbricare la bresaola.

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NORMATIVA MARCHIO IGP –

Inoltre, il marchio Igp, che pure significa una certezza di specificità, non impone alcuna regola sulla provenienza della materia prima, ma solo sul luogo dove il prodotto viene lavorato. Per intenderci: la bresaola della Valtellina con carne di zebù non è fuorilegge, purché sia trasformata in quella zona. L’indicazione della località da dove arriva la materia prima, nel caso dei prodotti Igp, è affidata alla discrezionalità dei singoli Consorzi che possono prevederla, o meno, nei rispettivi disciplinari di produzione. E qui entriamo nelle sabbie mobili, in una zona grigia dove il consumatore rischia la fregatura, e le aziende più spregiudicate possono speculare sull’equivoco. «Noi continuiamo a batterci, innanzitutto in sede europea, per prevedere l’obbligo in etichetta dell’origine della materia prima dei prodotti alimentari. Ma finora siamo stati sempre sconfitti da una lobby formata da una parte dell’industria alimentare» avverte Rolando Manfredini, capo dell’Area Sicurezza Alimentare della Coldiretti. Il motivo di questa opposizione è chiaro, e contiene la risposta alla seconda domanda. Sfumando la trasparenza sulla provenienza della carne, come di qualsiasi altra materia prima dei prodotti Ipg, le aziende possono tenere i prezzi alti, spingendo a tavoletta sul marketing. La reticenza paga, e in qualche caso diventa perfino una necessità. Restando all’esempio della bresaola della Valtellina, probabilmente se il consumatore sapesse con certezza che è fatta con la carne dello zebù, sarebbe meno incoraggiato all’acquisto. E chiederebbe un prezzo di mercato più basso rispetto a un prodotto artigianale. Nella linea di faglia che si apre grazie a norme stranamente incomplete, laddove gli eurocrati di Bruxelles sono famosi per scrivere regole zeppe di dettagli, si inserisce poi la speculazione. E il danno dal consumatore si allarga anche ai piccoli e onesti produttori. La passata di pomodoro fresco deve avere l’indicazione di materia prima solo italiana, il concentrato è esente da questo obbligo. Risultato: nel 2015 abbiamo importato 67 milioni di tonnellate di concentrato cinese, pari al 10 per cento dell’intera produzione nazionale di pomodori. Neanche la metà della mozzarella che consumiamo è fatta con latte italiano, e tra la materia prima c’è anche la cagliata  che arriva dalla Lituania, come nelle pizzerie è frequente l’uso di mozzarella fatta con il latte in polvere, anche cinese. Per non parlare del trucco dei piccoli marchi che vengono stampati su alcuni prodotti per confondere le idee ai poveri consumatori meno smaliziati. E’ facile trovare nei supermercati, come nei negozi alimentari, l’olio a 2-3 euro al litro, spacciato per prodotto italiano: la cifra dovrebbe insospettire, perché non copre neanche i costi. Ma l’inganno consiste nel mettere in grande evidenza grafica un simbolo da made in Italy sulla bottiglie, la Torre di Pisa come un quadro di Giotto, e sotto, in caratteri minuscoli, la scritta “miscela realizzata con oli comunitari o extracomunitari”. Se non sei attento, pensi di acquistare un olio toscano e invece stai portando a casa olio tunisino.

ETICHETTATURA PRODOTTI ALIMENTARI –

La soluzione per fare chiarezza sarebbe di prevedere etichette più semplici e complete di tutto. E qui il problema diventa politico, perché serve una norma chiara  per non lasciare spazi agli equivoci. «Noi siamo pronti a recepirla, purché si tratti di una regola che valga per tutti i paesi europei, e non solo per l’Italia che altrimenti risulterebbe svantaggiata» avverte Francois Tomei, direttore generale di Assocarni, che raccoglie le più importanti aziende del settore. D’altra parte una novità è già in arrivo: la Francia, sotto la pressione dei suoi agricoltori, ha già avanzato una proposta alla Commissione per prevedere l’obbligo di indicare la provenienza della materia prima nelle nuove etichette alimentari dei prodotti del latte e della carne, con relativi derivati. E la voce dei francesi a Bruxelles conta certamente qualcosa in più di quella degli italiani.

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