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Energia e ambiente: il bluff della Cina

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Il futuro energetico della Cina e’ sempre piu’ un enigma. Il governo continua a spingere, anche con i soliti metodi autoritari, sulle fonti rinnovabili e conferma l’obiettivo di ridurre, gia’ nei prossimi dieci anni, le emissioni di gas serra del 40 per cento. Ma i risultati sul campo sono opposti e dicono che, nel primo semestre del 2010, l’efficienza energetica cinese e’ peggiorata, mentre le emissioni inquinanti sono cresciute a livello record nella storia del paese.
La Cina vuole le mani libere in campo energetico, non accetta politiche condivise, e tantomeno controlli, con la comunita’ internazionale, e la sua ambiguita’ si traduce, per il momento, in un doppio primato. Da un lato e’ il paese con il maggiore numero di emissioni di anidride carbonica del mondo, e con una percentuale di energia ricavata dal carbone pari al 68 per cento dei consumi interni. Dall’altro versante, a questo squilibrio di sistema corrisponde, pero’, un secondo record: la Cina e’ diventata la prima nazione al mondo per investimenti in turbine eoliche e pannelli solari. Complessivamente, il governo di Wen Jiabao ha speso 34,6 miliardi, in un solo anno, per finanziare investimenti nelle energie rinnovabili: il doppio degli Stati Uniti (18,6 miliardi di dollari) e il triplo della Gran Bretagna (11,2 miliardi di dollari).
Tirando le somme, l’apparente contraddizione ha una sua logica. Il governo cinese e’ consapevole del fatto che la partita per la supremazia al tavolo della geopolitica si gioca innanzitutto attorno ai temi energetici, ma i suoi cittadini che, nonostante la recessione, stanno moltiplicando i loro acquisti di auto (solo a Pechino se ne vendono circa 1500 al giorno) e di elettrodomestici, spingono i consumi energetici a livelli incompatibili con gli obiettivi e le promesse di riduzione delle emissioni inquinanti. Risultato: il paese cresce a due cifre, ma continua a inquinare il mondo. E la strada per vedere una Cina piu’ verde e piu’ sostenibile appare ancora tutta in salita.