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Ecco perche’ il governo ha cambiato linea sul nucleare

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Adesso la parola d’ordine è “pausa di riflessione”. Il governo italiano ha deciso di imboccare questa strada, piuttosto opaca, rispetto ai suoi piani energetici in materia di nucleare. Uno stop che rischia di tradursi in un dietrofront definitivo, specie se si considera che il governo si è impegnato a mettere la prima pietra per una nuova centrale nucleare entro la fine della legislatura, nella primavera del 2013. Perché questa marcia indietro? E che cosa significa? In primo luogo il governo ha sottovalutato l’impatto della catastrofe giapponese, i cui esiti sono assolutamente incerti. Non è un problema di emozioni e di stati d’animo: la tragedia del reattore di Fukushima, e tutto quanto comporta, mette seriamente in discussione lo sviluppo della tecnologia nucleare nel mondo. Ovunque ci si interroga sul rapporto costo-benefici di questa opzione, anche in quei paesi, come la Francia e la Germania in Europa, che sono già molto avanti con le loro centrali. Il nucleare si ripensa negli Stati Uniti, in Cina, e lunedì prossimo si capirà meglio anche la posizione dell’Europa con il vertice a Bruxelles dei ministri competenti. In questo clima era assurdo pensare, come hanno fatto alcuni ministri italiani, che tutto doveva andare avanti secondo i piani, come se non fosse accaduto nulla di straordinario, ma un semplice incidente.

Il secondo aspetto riguarda l’opinione pubblica. In Italia quasi l’80 per cento dei cittadini risultano contrari a questa opzione, e sebbene la percentuale sia salita di dieci punti dopo il disastro in Giappone, stiamo parlando di una stragrande maggioranza di cittadini che da tempo ha maturato queste convinzioni. Ribaltare opinioni così radicate e diffuse implicherebbe uno sforzo convincete di una politica forte, autorevole, responsabile. E implicherebbe una straordinaria operazione di comunicazione, con i relativi investimenti, per affermare le ragioni del nucleare. Sono condizioni che assolutamente mancano in Italia, ed è perfino difficile immaginare quando potrebbero verificarsi. D’altra parte, se il governo volesse mantenere l’impegno che ha più volte annunciato di fare le centrali solo nelle regioni favorevoli, la partita sarebbe già chiusa ancora prima di iniziare: non esiste una, dico una, regione italiana, comprese quelle amministrate dal centro-destra che si è schierata apertamente a favore della costruzione di una centrale.

Infine, l’incidente di Fukushima ha dimostrato che il nucleare richiede enormi investimenti, non solo nella fase iniziale. Quella centrale andava chiusa, dopo mezzo secolo di attività, e il progresso della tecnologia richiede un continuo aggiornamento degli impianti. Sono soldi, pubblici e privati, che in Italia non ci sono. Se tirate le somme da queste considerazioni, potete concludere che la “pausa di riflessione” del governo italiano sul nucleare sarà molto lunga, andrà molto oltre le elezioni amministrative in calendario nelle prossime settimane. E probabilmente non finirà mai.