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Donne potenti: con o senza figli per fare carriera?

Una rivista rilancia la discriminazione delle donne che devono scegliere tra maternità e carriera. Ma intanto l’80 per cento delle donne più potenti del mondo ha una famiglia. Piuttosto c’è bisogno di più aiuto dagli uomini, specie in casa.

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DONNE IN CARRIERA SENZA FIGLI –

La foto di gruppo fa impressione. Sulla copertina della rivista britannica New Statesman quattro donne, tra le più influenti del mondo, una accanto all’altra, tutte accomunate dallo stesso destino: molto potenti, ma senza figli. Nell’immagine c’è Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese, Liz Kendall, probabile leader dei laburisti inglesi, Theresa May, ministro degli Interni della Gran Bretagna, e innanzitutto Angela Merkel, da nove anni immortalata come la donna più potente del mondo. Il giornale afferra al volo la fotografia per denunciare la «trappola della maternità», ovvero la legge ancora vigente, e non per questo meno ingiusta, in base alla quale le donne devono scegliere tra la carriera e la maternità.

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LA TRAPPOLA DELLA MATERNITÀ –

Ma è davvero così stringente questo conflitto? E siamo proprio sicuri che una donna non sia in grado di arrivare in alto senza rinunciare alla sua naturale vocazione di madre? Innanzitutto l’equazione leader senza figli è smentita da un dato: il settimanale Forbes, che ogni anno pubblica la classifica con le cento donne più influenti del mondo, per il 2015 ha rilevato che oltre l’80 per cento di loro in realtà ha una famiglia con relativa prole. E la percentuale è in aumento. E anche nella saggistica si sta facendo strada una lettura del fenomeno legata più alle delle scelte di vita, molto intime, che non all’incompatibilità tra carriera e figli. Nel libro Perché non abbiamo avuto figli, scritto dalla psicoterapeuta Paola Leonardi che ha intervistato 13 donne di potere, viene fuori un’altra faccia della verità. Rita Levi Montalcini, per esempio, confessa di avere considerato per tutta la vita la comunità scientifica come la sua famiglia, e i risultati della ricerca come una forma di procreazione. Emma Bonino, sicuramente la donna politica italiana più conosciuta nel mondo, ha detto testualmente: «Non ho figli perché non sono capace di dire “per sempre”, e un figlio lo richiede». Viva la sincerità. Anche Condoleeza Rice, seducente e autorevole Segretario di Stato durante l’amministrazione Bush, ha confessato la sua scelta come una naturale opzione esistenziale. «Non ho figli, ma l’importante è apprezzare quello che la vita ti ha dato» ha detto.

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DONNE IN CARRIERA IN ITALIA –

In Italia, poi, il fenomeno al quale stiamo assistendo è la conquista di una centralità della donna, non solo nell’ambito dei gironi del potere, ma anche nell’economia familiare e nelle fonti di reddito di ciascuna famiglia. Abbiamo più donne in Parlamento, nel governo, nelle amministrazioni locali. Vediamo donne, con figli, ai vertici di Confindustria e sindacati e sono archiviati i tempi nei quali, secondo un’indagine di Adecco, tre donne su quattro si dichiaravano disposte a rinunciare alla maternità per fare carriera. Piuttosto, le donne al lavoro oggi reggono, con i loro guadagni, una famiglia su otto. Sono 2 milioni e 428mila, ed erano 1 milione e 731mila appena sette anni fa. Quasi la metà. Ciò significa che la Grande Crisi, con i suoi effetti catastrofici per la stabilità economica delle famiglie, è stata retta proprio grazie al contributo determinante delle donne. Pronte anche a fare supplenza, laddove i mariti sono rimasti senza lavoro.

POLITICHE DI SOSTEGNO DELLE DONNE –

Piuttosto il tema è diventato un altro. Con l’allungamento della vita, che significa un aumento esponenziale delle persone anziane da assistere specie attraverso la rete familiare, e con il 46,6 per cento dei ragazzi italiani, in età compresa tra i 25 e i 34 anni, che ancora vive a casa con mamma e papà, le donne rischiano di essere sempre più schiacciate dal loro ruolo sandwich, tra il lavoro, essenziale per portare avanti la baracca, e il doppio impegno familiare con marito e figli e con i genitori longevi. Qui diventa essenziale una politica che sostenga la donna, non tanto in chiave di discriminazione sul lavoro, quanto di alleggerimento delle responsabilità. Mentre si cercano risorse per abbassare le tasse e si fa fatica a riqualificare la spesa sociale, c’è un solo welfare, dal basso, che sta riconoscendo e affrontando i problemi delle donne sandwich. È lo Stato sociale di aziende che aprono asili nido per i figli delle dipendenti, concedono il telelavoro a chi ha impegni con genitori non autosufficienti, facilitano una serie di attività in apparenza leggere ma che viste in chiave di impegno quotidiano, possono diventare molto faticose, come la spesa  o l’accompagnamento dei figli a scuola. Infine, le donne per migliorare davvero la loro posizione e per non sentirsi prigioniere della «trappola della maternità» denunciata dalla copertina di New Statesman, hanno bisogno degli uomini. E della loro, attiva, collaborazione. Un versante sul quale, per il momento, possiamo solo registrare una buona notizia. I papà lavoratori dedicano ai propri figli, ogni giorno, un tempo medio pari a 35 minuti. Vi sembrerà ancora poco, ma quarant’anni fa erano appena 5 minuti. Dunque, stiamo migliorando nel carico dei pesi familiari, e anche questo aiuterà le donne ad essere potenti ma con figli.

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