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Diritto alla morte e alla vita, la lezione di Dino che ha chiesto di non soffrire più

Malato terminale di Sla, Dino Bettamin, lucidissimo, ha voluto e ottenuto una sedazione profonda fino alla morte. Per risparmiare un dolore inutile, ma anche senza sprecare neanche un attimo della sua vita. L’urgenza di una legge sul testamento biologico.

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DIRITTO ALLA MORTE –

Dino Bettamin non ha sprecato neanche un secondo della sua vita, tormentata da quando, appena cinque anni, aveva scoperto di essere malato di Sla, la micidiale malattia neurodegenerativa che colpisce le cellule nervose celebrali e del midollo spinale. E condanna a una vita che si spegne ogni giorno, ogni minuto, ogni istante.

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SEDAZIONE PROFONDA: LA STORIA DI DINO –

Durante il calvario durato ben cinque anni, Dino, 70 anni, accudito e amato dalla moglie Maria, e assistito dagli infermieri di «Cura con Cura», una società specializzata nelle cure e a domicilio, ha fatto, nei limiti del possibile e dell’impossibile, tutto quanto avrebbe fatto senza la malattia. Voleva comunque sentirsi una persona normale, una persona che soffre ma con un rispetto sacrale della vita, pari alla voglia di non sprecarla. A casa, da macellaio, questo era il suo lavoro, riceveva amici ed ex clienti che volevano la sua competenza per tagliare un pezzo di lacerto. Fuori, voleva uscire, in carrozzella e accompagnato, anche solo per una passeggiata all’aria fresca di Montebelluna, in provincia di Treviso. Gli ultimi giorni è andato a prendere una cioccolata calda ad Asolo, ed ha voluto fare una gita al mare, a Bassano.

Poi la decisione finale, la più scomoda, la più triste, ma anche, dal punto di vista di chi ha il diritto alla vita come alla morte, la più saggia: ha chiesto di essere sedato, per non soffrire più, di potersi così addormentare sapendo che non si sarebbe più svegliato. Lo ha fatto con tono sereno, tranquillo e lucido. Da credente, fino all’ultimo e nonostante il tormento del dolore che può annebbiare perfino la fede. Dino ha dato indicazioni per come essere vestito, da morto, ha ricevuto l’estrema unzione dal parroco, Antonio Genovese, al quale si è rivolto con queste parole: «Devo raggiungere la mia luce, lasciami andare…». Ed è andato, in pace con sè stesso e con gli altri, evitando l’accanimento terapeutico, tenendo sotto controllo la sofferenza e chiudendo gli occhi per cause naturali, non con una pillola che porta direttamente alla tomba. Dino è stato e sarà amato prima e dopo la sua vita e dopo la sua scelta di morire: una scelta che non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, ma è una decisione di vita e come tale un diritto del malato, dell’uomo, del cristiano, del non credente. Di tutti noi.

TESTAMENTO BIOLOGICO IN ITALIA –

La storia di Dino, tragica quanto radiosa, ci insegna e ci dice quanto alcune polemiche su come affrontare la fine della vita, come riconoscere il diritto a una buona morte, siano del tutto strumentali. E inutili. L’uomo malato di Sla, tra quanto di peggio ci possa essere come malattia terminale, è stato accompagnato alla morte con un amore, uno stile, un senso, una ragionevolezza, che vengono prima e dopo qualsiasi legge. Tutto è avvenuto in modo naturale, senza strappi di medici, senza urla di disperazione, senza appelli all’opinione pubblica. Solo nell’intimità dei propri rapporti familiari e affettivi e con l’accompagnamento religioso che, da credente, Dino giustamente ha preteso. Ecco: l’intimità. Anche la buona morte, ammesso che la morte possa mai essere davvero buona, si può consumare nello scrigno dell’intimità dei propri sentimenti e dei propri legittimi desideri. Senza per questo oltraggiare la vita, e sprecarne un solo istante. E senza con questo escludere la necessità, ormai impellente, di avere una legge sul testamento biologico che sia equilibrata, semplice, chiara, rispettosa dei diritti, senza sfociare nel delirio di onnipotenza dell’uomo. Una legge che in un Parlamento meno rissaiolo e meno abituato a discutere sul vuoto, si potrebbe fare in pochi mesi, nell’interesse di tutti.

(Nell’immagine di copertina: Dino Bettamin – Fonte: Il Gazzettino)

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