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Cosi’ lItalia invecchia, e i giovani contano sempre meno.

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Gli ultimi, sconfortanti dati, riguardano le imprese. Negli ultimi cinque anni, dal 2005 al 2010, sono diminuiti del 15 per cento gli industriali sotto i trent’anni e sono aumentati di quasi un punto gli ultrasettantenni. Con il risultato che i trentenni valgono appena il 6,9 per cento dell’universo imprenditoriale, mentre gli over 70 sono all’8,9 per cento.

Il Paese invecchia. E non tanto e non solo per una questione demografica, ma quanto perché diminuiscono le opportunità e tutti gli ambiti professionali sembrano bloccati dal macigno della gerontocrazia. L’Italia non piace più ai giovani, come dimostra anche il fatto che circa 45mila ragazzi studiano all’estero e non torneranno nel nostro paese. Uno spreco enorme di risorse umane e di innovazione..

E’ vecchia la politica, a Roma dove a 50anni in Italia sei ancora una promessa, mentre all’estero vai in pensione o cambi mestiere, e in periferia dove su oltre 8mila sindaci solo 70 hanno meno di 30 anni e 500 meno di 35. Puzza di muffa l’università, con oltre la metà dei docenti che ha più di 50 anni e i docenti under 40 sono appena il 4,5 per cento del totale. E’ blindata nella mani di un’anziana nomenclatura un’intera classe dirigente, dove un rappresentante su tre ha più di 65 anni.

Siamo il paese degli “arzilli vecchietti” che controllano le posizioni di potere con le unghie e con i denti, senza dare spazio alle nuove generazioni e senza trasferire competenze e responsabilità secondo una fisiologica catena di trasmissione.

L’Italia con i capelli bianchi è sempre più distante dal resto del mondo, dove invece crescono le nuove generazioni ai posti di comando. E dove il futuro, con la leva del cambiamento, è all’ordine del giorno. L’Italia arretra, anche sul piano anagrafico: qualcuno lo ha capito?