Sign up with your email address to be the first to know about new products, VIP offers, blog features & more.
[mc4wp_form id="5505"]
Questo sito contribuisce all'audience di

Mezzogiorno: ecco come non sprecare i soldi dell’Europa

La vergogna dei dodici miliardi dei fondi Ue non spesi, e i 900mila progetti da finanziare. Infrastrutture, trasporti, risanamento delle aree urbane: da dove bisogna partire per rilanciare il Sud.

da Posted on
Condivisioni

COME RILANCIARE IL SUD –

Si parla di Sud, finalmente. La decisione di Matteo Renzi di convocare per oggi una direzione nazionale del Pd ad hoc sul Mezzogiorno, è quasi un atto dovuto dopo la denuncia del rapporto Svimez che descrive il Sud sprofondare peggio della Grecia. Il premier sembra avere capito che senza il rilancio delle regioni meridionali non ci sarà mai la ripresa in Italia e lancia messaggi che mescolano la pragmatica narrazione renziana (<altri piangono, noi facciamo>) con obiettivi strategici, come il piano da 12 miliardi di euro per la banda ultralarga. Un progetto di modernizzazione da sistema Paese, rispetto al quale però non si può dimenticare che al momento, secondo i dati Istat, il 55 per cento delle famiglie meridionali non ha l’accesso a Internet. È un pezzo d’Italia completamente escluso dalla Rete e dalle sue opportunità.

LEGGI ANCHE: Lo spreco del turismo, gli stranieri hanno paura dell’Italia

RIQUALIFICAZIONE DELLA SPESA PUBBLICA –

Ma che cosa dobbiamo aspettarci, in concreto, dal vertice del Pd e dal governo? Il primo punto è una vera riqualificazione della spesa pubblica, un problema più di qualità che non di quantità. I 12 miliardi di fondi europei non spesi, all’interno di un programma che si è chiuso già nel 2013, gridano vendetta, e ancora più indicativo è il fatto che i finanziamenti nel Mezzogiorno si sono dispersi nei rivoli di 907mila progetti. Una follia. Indice di alto clientelismo e parallela inefficacia della mano pubblica. Per mettere ordine in questo pozzo di San Patrizio, i precedenti governi avevano puntato su un’azione di regia da Roma, affidata a un ministero della Coesione territoriale guidato prima da Fabrizio Barca (con Mario Monti) e poi da Carlo Trigilia (con Enrico Letta). Che fine ha fatto questa struttura? Perché, come accade spesso in Italia, non c’è continuità nelle scelte di lungo periodo che non possono essere archiviate ad ogni ad ogni cambio di maggioranza? Renzi farebbe bene a dare una risposta chiara e forte a queste domande.

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI –

In secondo luogo, non è necessario invocare fantomatici Piani Marshall per il Sud: ne abbiamo già visti e ascoltati troppi. Tutti virtuali. Fondi europei e fondi nazionali che ne derivano devono essere concentrati nelle grandi infrastrutture, innanzitutto i trasporti e il risanamento delle aree urbane, senza le quali qualsiasi politica industriale nel Mezzogiorno è destinata a fallire. Se fossi nel premier, manderei qualcuno a studiare come sono stati spesi soldi della Ue in Polonia e in Irlanda, due modelli da imitare. Se un sindaco o un presidente di regione poi vuole finanziare anche la bocciofila dei suoi amici elettori, lo faccia, se ne assuma la responsabilità, e trovi i soldi.

MICRO IMPRESE –

Terzo punto: le micro imprese dal basso. Qui la mano del governo, che sta dando anche qualche buon risultato, deve scommettere su incentivi fiscali, finanziamenti a tasso agevolato ed a fondo perduto, politiche di accompagnamento in un quadro di obiettivi di settore. Un buon esempio è la rete di piccole imprese nate in Puglia attorno al mix del turismo, dell’enogastronomia  e dei beni culturali. Hanno cambiato la faccia di un territorio, portando occupazione e ricchezza.

INVESTIMENTI STRANIERI –

Infine gli investimenti stranieri. Sono indispensabili, ma se un qualsiasi imprenditore non italiano legge quello che sta accadendo da alcuni anni attorno all’Ilva, tra sequestri della magistratura e decreti del governo per sbloccarli, la prima cosa che pensa è la seguente: i miei soldi in questa parte dell’Italia non li metterò mai. Gli stranieri possono e devono arrivare se hanno garanzie sulle infrastrutture, sulla snellezza delle procedure burocratiche (qui si tratta di offrire un servizio “chiavi in mano”) e su una significativa detassazione. Tutte cose sulle quali la parola e l’azione del governo possono essere determinati.

GUARDA LA GALLERY

PER APPROFONDIRE: Opere pubbliche incompiute, uno spreco da 200 miliardi