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All’interno del carcere di Secondigliano è nata un’impresa agricola, sociale e biologica

Grazie alla Cooperativa sociale L’Uomo e il legno, nel penitenziario napoletano è stato avviato il progetto “campoAperto” che, sfruttando gli spazi inutilizzati dati in comodato d’uso dal Ministero di Grazia e Giustizia, dà la possibilità di un impegno quotidiano ai detenuti, nell’ottica di un reinserimento nella società

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CAMPO APERTO SECONDIGLIANO

Coltivare un campo per ricominciare a respirare la vita oltre le sbarre. Con questo scopo all’interno del carcere di Secondigliano, a Napoli, è nata un’impresa agricola sociale e biologica che ha preso il nome di “campoAperto”. Realizzata grazie all’impegno della Cooperativa sociale L’Uomo e il legno, risponde alla necessità di dare un lavoro retribuito ai detenuti, dandogli la possibilità di un impegno stabile e quotidiano. In questo modo, all’interno del penitenziario si valorizzano le energie, formando competenze, in vista di un reinserimento nella società.

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AZIENDA AGRICOLA CARCERE

“CampAperto”, grazie all’impegno di 5 detenuti assunti a tempo indeterminato, ha dato vita a una produzione agricola di eccellenza che sfrutta gli spazi inutilizzati del penitenziario, dati in comodato d’uso dal Ministero di Grazia e Giustizia. Al momento per coltivare frutta e verdura vengono utilizzati 2 ettari, che ospitano anche 2 serre. Per riuscire al meglio nell’impresa, i contadini/detenuti vengono formati e aggiornati sulle tecniche agricole sia nei campi che nelle serre grazie a continui corsi di formazione eseguiti da agricoltori del territorio. Inoltre, come scrive sul proprio sito la Cooperativa sociale L’Uomo e il legno, “CampAperto” vanta una documentazione del Sian (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) la quale attesta che sui terreni si effettua un’attività biologica/in conversione, ossia: le semenze e i prodotti hanno origine e certificazione bio.

 

AGRICOLTURA BIOLOGICA CARCERE DI SECONDIGLIANO

L’idea di impegnarsi all’interno di un penitenziario è nata per dare respiro a un sistema dove, a causa del sovraffollamento, non sempre si riesce a garantire ai detenuti un autentico percorso di riabilitazione. Diritto che è sancito dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Disposizione che, se rispettata, darebbe ottimi risultati. Secondo i dati del XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione, a cura dell’Osservatorio dell’associazione Antigone, infatti, la recidiva degli ex detenuti si abbassa considerevolmente nei casi in cui durante la detenzione hanno avuto un impiego.

La foto di copertina è tratta dal sito della Cooperativa sociale L’Uomo e il legno

INIZIATIVE PER REINSERIRE I DETENUTI NELLA SOCIETÀ

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