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Addio Lonardi, la signora dellarte

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Il magnetismo mediterraneo di Graziella Lonardi Buontempo, scomparsa ieri a Roma, era un miscuglio di sfrontatezza napoletana, eleganza parigina, trasversalità romana. Ma era innanzitutto la cifra di una donna appassionata e instancabile divoratrice di arte. Non per denaro, potere o prestigio sociale, ma quasi per un istintivo piacere estetico e per una morbosa curiosità ai cambiamenti che l’arte visiva anticipa e poi metabolizza. Nella sua prima vita Graziella è una splendida ragazza, corteggiatissima nel suo regno naturale, Capri, e nella sua città del cuore, Napoli; sposata con un gentiluomo, Arturo Lonardi; musa ispiratrice, con i suoi morbidi occhi verdi, di una canzone come Luna Caprese scritta dal duo Ricciardi-Cesareo e diventata un classico grazie all’interpretazione di Peppino di Capri. Ma quando soffia il vento del ’68 e di un ribellismo che muove energie e trasforma i costumi, Graziella si trasferisce a Roma dove può coltivare la sua vocazione grazie alla complicità del nuovo compagno di vita, il principe Francesco Aldobrandini, e all’amicizia di un collezionista sempre all’avanguardia come Giorgio Franchetti. L’establishment culturale della capitale osserva con una certa diffidenza l’attivismo a tutto campo di una donna, per giunta meridionale, che non si identifica in un unico personaggio, ma ne comprende tanti. Graziella è mecenate, collezionista, critica, curatrice: esercita con leggerezza, ma mai con superficialità, diversi ruoli, fino a istituzionalizzarli con la nascita dell’Associazione Incontri internazionali d’arte, il cui primo presidente è Alberto Moravia.

Il magnetismo funziona, e con una piccola struttura Graziella Lonardi Buontempo riesce a coinvolgere sponsor, artisti, curatori e istituzioni in due mostre, tra il 1970 e il 1973, che faranno il punto sull’arte nel secondo Novecento. La prima è Vitalità del negativo e si tiene in un ammuffito Palazzo delle Esposizioni che, improvvisamente, si trasforma nel crocevia delle più importanti correnti artistiche del momento. La seconda, Contemporanea, è un autentico azzardo, a partire dalla sede che Graziella vuole nel nuovo garage di villa Borghese, quasi a segnare già nella scelta del luogo il senso di una rottura. Ed è attraverso questa seconda esposizione che, per la prima volta in Italia, si coglie il senso di una nuova contaminazione tra le arti visive, il cinema, l’architettura, il teatro e la musica. Da quel momento Graziella è al centro del campo dell’arte e divide con altre due donne, Peggy Guggenheim e Palma Bucarelli, questo presidio al femminile. Lei con gli artisti vive una sua quotidianità, non si lascia chiudere nella gabbia di alcuna scelta ideologica o stilistica, accompagna con il soffio della sua energia vitale la scuola romana come la Transavanguardia, Guttuso come l’Arte Povera. E seduce i grandi protagonisti internazionali, personaggi come Rauschenberg, Twombly e Warhol, cogliendone al volo la forza espressiva. I suoi sono rapporti intensi, come dimostra il tentativo, fallito, di organizzare a Warhol un incontro con il Papa, o la corrispondenza con Alighiero Boetti barricato nel suo One Hotel a Kabul. La trasversalità la porta ad allungare la sua organizzazione a Capri, dove riesce a organizzare, anche in questo caso con uno straordinario fai-da-te, il premio letterario Malaparte, altro crocevia di cultura cosmopolita, la cui eclissi segnala la deriva antropologica dell’isola più bella del mondo. E palazzo Taverna a Roma diventa la sua tana, il suo archivio, ma anche il luogo dove ci si incontra sapendo di non sprecare mai tempo, magari ascoltando una performance di Carmelo Bene o vedendo una retrospettiva del cinema di Andy Warhol.

Graziella nell’arte è stata una donna outsider. Priva dei mezzi e della prepotenza della Guggnheim e della rete di relazioni, politiche e intellettuali, della Bucarelli. Ma fornita di un intuito e di una affabilità che le consentivano di non essere mai schiacciata e di riuscire sempre a sognare grandi cose da piccole finestre, come quelle del suo quartiere generale a palazzo Taverna. Negli ultimi anni il suo vero cruccio si chiamava Napoli, dove era cresciuta con una famiglia, a partire dall’amatissimo fratello Eugenio, e un’atmosfera che portava dentro. Quella Napoli che, come spesso è accaduto, non ha saputo né riconoscere né consacrare il suo talento e il suo lavoro. Non a caso in questi ultimissimi anni due istituzioni come L’Accademia francese a Villa Medici e il museo Macro a Roma hanno onorato una grande signora dell’arte esponendo una parte della sua collezione e ricostruendo lo storico lavoro delle due mostre romane degli anni Settanta. Chi ha avuto la fortuna di visitare queste esposizioni ha potuto cogliere la grandezza di Graziella  e rivedere la storia dell’arte contemporanea declinata con il magnetismo mediterraneo di una donna unica, innanzitutto per generosità e amore per l’arte.